Seconda puntata di riflessioni sull’essere uomini oggi
Ecco il pezzo di seguito all’articolo scorso.
“Quel che resta degli uomini, edito da nottetempo, è l’ultimo libro uscito sulla crisi del maschio di cui si parla da tempo, ma l’autore Manolo Farci, sociologo della comunicazione, docente di Studi culturali e di genere all’Università di Urbino, riesce a darci una lettura fuori dagli specialismi, mettendosi in gioco lui stesso. Intreccia infatti la sua storia di giovane uomo (“al primo sgambetto che ti fanno i compagni più grandi impari che c’è sempre qualcuno più forte di te”) con quella dei suoi studenti. “Molti ragazzi oggi si sentono persi, spaesati, senza punti di riferimento. Non sanno bene cosa voglia dire essere un uomo,” dice Manolo Farci. “La mascolinità è un valore prezioso, ma labile. E’ l’elefante nella stanza che i maschi devono continuamente domare ma che non possono mai totalmente addomesticare”. 21 febbraio 2026, Il Foglio, a firma di Donatella Borghesi: L’uomo che non c’è
L’elemento che trovo positivo è il numero di riflessioni sempre maggiore che si fa della questione maschile. Ed è innegabile che molti ragazzi oggi si sentano persi e senza punti di riferimento.
Negli ultimi decenni abbiamo imparato a riconoscere molti comportamenti maschili dannosi. È stato un progresso importante. Molto meno chiaro è diventato cosa significhi essere un uomo quando quei comportamenti vengono abbandonati.
Poi viene citata la mascolinità, termine che oggi è essenzialmente associato alle forme peggiori. Basta digitare su un comune motore di ricerca la parola “mascolinità”, per vedere una buona metà delle immagini che rappresentano la mascolinità tossica, una seconda parte rappresentata da forme di mascolinità alternative, ma oserei dire caricaturali, a conferma che non esista una chiara visione maschile virtuosa. La mascolinità in cui un ragazzo possa riconoscersi, semplicemente, manca.
Eppure, la parola femminilità ha un’accezione sostanzialmente positiva: vuole dire che c’è del lavoro da fare per recuperare un modo positivo di essere maschio, connaturato dentro di noi e che aspetta solo di venire liberato. Per scoprire che potrebbe già essere in mezzo a noi.
La metafora dell’elefante da domare rischia però di suggerire che la mascolinità sia innanzitutto un problema da controllare, mentre potrebbe essere più utile chiederci quali aspetti meritino di essere coltivati.
Talvolta il dibattito contemporaneo rischia di trasmettere un messaggio implicito: che nella femminilità vi sia qualcosa da valorizzare, mentre nella mascolinità vi sia soprattutto qualcosa da correggere.
Se tanti tra noi uomini mostrano sofferenza o comportamenti distruttivi, prima di considerarci conseguenza naturale dell’essere maschi, dovremmo chiederci quali esperienze relazionali li abbiano prodotti.
L’idea del maschio come intrinsecamente sbagliato è diffusa e influenza il pensiero anche di importanti scrittori, come Francesco Piccolo, autore di “Son qui m’ammazzi”. In questo testo analizza molti protagonisti maschili della letteratura italiana, sottolineandone la brutalità, la cattiveria, elementi che potremmo definire tipici della mascolinità tossica.
Fin qui niente da dire.
La questione scivola invece nell’errore sulle cause presunte di questi comportamenti, che Piccolo attribuisce alla nostra stessa natura: il maschio primitivo è il maschio dell’orda selvaggia.
La nostra biologia dice invece una cosa molto diversa: bambini e bambine nascono con un comune patrimonio emotivo. Anzi, i maschi sono più fragili e più bisognosi di attenzione e di carezze rispetto alle bambine. È la privazione di queste necessità che rende molti uomini sofferenti e alcuni violenti.
Vedi, tra gli altri, il fondamentale lavoro dello psicologo statunitense Michael Addis.
In sintesi, se ci fermiamo a ciò che è osservabile, possiamo condividere che molti uomini sono in difficoltà e alcuni sono violenti e prevaricatori.
Se ne studiamo le cause, troviamo che lo diventano a partire dalle più positive possibilità, rese poi vane dalla soppressione di alcune parti di noi.
Il vantaggio di questa impostazione è che evita la polarizzazione. Perché diciamocelo pure: se una parte degli italiani pensa che i maschi siano tutti sbagliati, mentre un’altra pensa che a essere tutti sbagliati siano quelli che la pensano così, le due fazioni sono pronte a scontrarsi.
Perdendo di vista le sfumature che la scienza per fortuna offre.
