Parlare degli uomini o parlare agli uomini?
Riprendiamo ancora l’articolo di Donatella Borghesi.
“In molti ambienti se ne discute utilizzando un lessico faticoso da comprendere. Espressioni come ‘decostruire la propria virilità tossica’ sono analiticamente raffinate, teoricamente solide e orientate alla giustizia di genere, però rischiano di suonare astratte e lontane dalla vita concreta di un ragazzo che non sa come muoversi nel mondo, o di un uomo adulto che attraversa un momento di fragilità. Sono discorsi che parlano degli uomini, ma non agli uomini. Insomma, sembra dirci l’autore, l’analisi strutturale di genere non basta. Quando hai davanti un ragazzo che respinge la definizione di “maschio tossico” – perché dovrei cambiare, non picchio nessuno, non molesto le ragazze – quello che colpisce non è tanto il modo brusco ma il suo sguardo lontano e chiuso in sé.”
Credo che qui l’autrice e il sociologo Manolo Farci tocchino un punto importante. Esiste infatti una differenza sostanziale tra un linguaggio che descrive un fenomeno, e un linguaggio che riesce a raggiungere le persone che quel fenomeno lo stanno vivendo.
Decostruire la virilità tossica: sono davvero le parole con cui un ragazzo di diciotto anni descriverebbe il proprio disagio?
Probabilmente no.
Quando un giovane arriva in terapia non dice: “Vorrei decostruire la mia mascolinità tossica”. Dice piuttosto: “Non so cosa mi sta succedendo”, “Mi sento sbagliato”, “Non riesco a parlare con nessuno”, “Ho paura di non essere abbastanza”. Per questo credo che il problema non sia soltanto comunicativo. È anche clinico. È un linguaggio completamente diverso.
Però c’è anche l’aspetto di contenuto. Decostruire ha una connotazione negativa, mentre ormai sappiamo che agli uomini manca l’esplorazione di tutte le loro emozioni, quindi dovremmo parlare di liberazione emotiva piuttosto che decostruzione.
Non è soltanto una questione di parole. “Decostruire” suggerisce che vi sia anzitutto qualcosa di difettoso da smontare. “Liberare” parte invece da un’ipotesi differente: che nei ragazzi siano già presenti tenerezza, paura, bisogno di vicinanza, capacità di cura e desiderio di affidarsi, ma che molte di queste risorse non abbiano trovato sufficiente permesso per esprimersi. Nel primo caso il cambiamento assomiglia a una rieducazione; nel secondo a un ampliamento delle possibilità personali.
Quando utilizziamo categorie come mascolinità tossica o patriarcato per rivolgerci ai tanti ragazzi e uomini comuni, molti finiscono semplicemente per sentirsi giudicati. Non perché rifiutino ogni cambiamento, ma perché non riconoscono se stessi nella descrizione che viene loro proposta.
È la differenza tra parlare di qualcuno e parlare con qualcuno. Nel primo caso costruiamo categorie interpretative. Nel secondo dobbiamo trovare parole in cui l’altro possa riconoscersi senza sentirsi immediatamente collocato sul banco degli imputati. Ricordiamoci, ancora una volta, di distinguere tra i casi estremi e la maggioranza degli uomini.
Occuparsi degli uomini che agiscono violenza è indispensabile. Il rischio nasce quando quella minoranza diventa la principale lente attraverso cui osservare l’intero universo maschile. È come se volessimo comprendere il rapporto tra adolescenti e alcol studiando esclusivamente chi arriva in pronto soccorso per coma etilico.
La maggior parte degli uomini non odia le donne. Molti, semmai, faticano a comprendere sé stessi e a trovare un modo adulto di vivere le proprie emozioni e le proprie relazioni. Se vogliamo davvero aiutare i ragazzi, forse il primo passo non è spiegare loro quale categoria rappresentano. È creare uno spazio in cui possano finalmente raccontare chi sono.
Anche il linguaggio può diventare una scorciatoia: scegliamo una categoria, la applichiamo a tutti e abbiamo l’impressione di avere compreso il fenomeno.
In queste pagine mi accorgo di fare sempre la stessa operazione. Ogni volta che incontro una spiegazione unica — il patriarcato, la biologia, la cultura, la famiglia, i social — mi domando che cosa stia lasciando fuori. Non perché quelle spiegazioni siano false, ma perché i fenomeni umani diventano comprensibili solo quando riusciamo a tenere insieme più livelli.
E perché, prima ancora di spiegare un ragazzo, occorre riuscire a incontrarlo.
