La trappola dell’identità per opposizione
Proseguiamo la lettura dell’articolo di Donatella Borghesi.
“Lo stesso [sguardo] probabilmente del ragazzo che fa il bullo rispondendo alla domanda ‘cos’è per te la sessualità’: ‘Boh, forse trovare una tipa in discoteca e sfondarla fino a che i genitori non la riconoscono…’
La domanda fa parte, tra le tante, dal format ‘Manutenzioni, uomini a nudo’, progettato della giornalista psicologa e formatrice Monica Lanfranco e tratto dal suo libro Uomini che (odiano) amano le donne: una pièce teatrale interpretata da volontari sempre diversi, che va incredibilmente in scena con successo in giro per l’Italia dal 2013. Di fatto l’unica iniziativa femminista con gli uomini protagonisti.”
La manosfera è un ambiente davvero terribile, basta fare qualche veloce indagine per rimanerne colpiti e stupiti. Una sorta di fabbrica di odio che non si spiega solo con l’aspetto culturale. La cultura maschilista esiste, ma quando consideriamo gli estremi della sua applicazione, la spiegazione culturale non basta più.
Pensiamo alle sette religiose, ai gruppi criminali o alle organizzazioni estremiste. L’ideologia offre una direzione, ma non crea da sola la disponibilità alla violenza. Se fosse sufficiente un’idea, milioni di persone diventerebbero violente. E invece così non è.
Come in tutte le derive violente, la disponibilità alla violenza e all’odio esiste ben prima della scelta ideologica (terrorismo, patriarcato ecc). La disponibilità alla violenza non nasce dall’incontro con un’ideologia. Si costruisce molto prima, nell’intreccio tra temperamento, storia delle relazioni, esperienze familiari e contesto di crescita. Per non parlare degli aspetti ereditari. L’ideologia arriva dopo, offrendo una direzione e una giustificazione.
A dimostrarlo ho una testimonianza diretta di tanti ragazzi adolescenti che si impegnano in programmi di sensibilizzazione nelle scuole superiori, a fianco delle loro compagne. Penso al territorio di Ivrea, dove da quasi un decennio l’associazione “Violetta la forza delle donne” fa questo lavoro capillare. Sono entrato nelle scuole con loro, a fianco dell’ideatrice scientifica e psicologa Barbara Bessolo. E mi sono emozionato a toccare con mano i loro brillanti risultati. Così come si emozionano le ragazze, che dopo due ore di intervento in classi solo maschili, hanno capito che ci sono molti punti in comune tra ragazzi e ragazze.
La semplice presenza di questi ragazzi ci ricorda che la cultura non agisce mai in modo uniforme. Anche loro vivono in una società con un retaggio patriarcale. Eppure…
E sono molto felice ogni volta che incontro chi si batte per questa battaglia, valorizzando l’apporto di entrambi i sessi, come dimostra la collega Monica Lanfranco.
Continua l’autrice.
“I giovani maschi oggi sono rappresentati dai media stretti tra due estremi, quelli con il coltello a serramanico in tasca comprato su Amazon, che si muovono in bande e si fanno forti con gli stupri di gruppo, e quelli che si chiudono in camera alla maniera degli hikikomori giapponesi. Entrambi, diventati ormai stereotipi, si nutrono e si rafforzano sui social, dove la violenza comunicativa è sovrana. “
Ha ragione da vendere qui Donatella Borghesi. Il rischio sempre presente è la polarizzazione. I mezzi di comunicazione di massa hanno bisogno di una realtà aumentata, nella quale l’enfasi sembra necessaria, ma nei fenomeni sociali l’enfasi allontana proprio dai comportamenti medi, più frequenti e meno tragici di quelli rappresentati.
Ci si cade tutti in qualche momento, e a tratti anche questo articolo rischia di colludere con la polarizzazione.
“Ma si devono confrontare con ragazze che si presentano più sicure e in una relazione tra di loro più solidale e costruttiva. L’identità maschile è ancora troppo spesso definita in opposizione sistematica al femminile. Si regge su dinamiche di sorveglianza tra pari, rituali di gruppo, linguaggi ironici o aggressivi, e su una costante necessità di ribadire il confine che separa noi da loro”.
In queste righe si nasconde una considerazione verissima. L’identità viene spesso creata per opposizione, come mai?
Ne ha parlato indirettamente ne “Il gesto di Ettore” il collega Luigi Zoja qualche anno fa, raccontando le sue ipotesi sulla figura del padre, sempre più evanescente. Nel corso dei secoli, la relazione tra padri e figli maschi si è via via sfilacciata, a partire dalla comparsa della scolarità. Che ha aumentato le competenze necessarie per diventare adulti professionalmente capaci, ma ha separato i bambini dai padri, con cui imparavano a vivere fino a qualche secolo fa.
Se un ragazzo cresce prevalentemente accanto a figure femminili e incontra poco il padre nella sua quotidianità, può arrivare a una conclusione comprensibile ma sbagliata: per diventare uomo devo fare il contrario delle donne. L’identità nasce così per opposizione, non per identificazione.
Quando invece un padre si lascia vedere anche nella propria tenerezza, nella capacità di chiedere aiuto, il figlio scopre che tutto questo appartiene già anche al mondo maschile. Non ha bisogno di prenderlo in prestito dal femminile né di rifiutarlo.
Questo automatismo è quindi riducibile proprio con la vicinanza tra i figli maschi e i loro padri: agendo in questo caso per imitazione, e non per opposizione. Non per niente nei laboratori che conduco, quando i padri si aprono, tutti i figli, maschi e femmine, incontrano per la prima volta il loro mondo emotivo. Era sempre stato lì, ma non si era palesato.
Forse alla fine occorre farci una domanda importante. La manosfera crea davvero il disagio maschile o riesce semplicemente a dare un nome, un nemico e una direzione a un disagio che molti ragazzi portavano già dentro? Se è così, combattere la manosfera sarà necessario, ma non sufficiente. Perché continueremo ad arrivare troppo tardi: quando il dolore avrà già trovato il suo linguaggio.
