Come stanno i maschi? Terza parte

L’illusione virile e la trappola delle guerre culturali

Riprendiamo la lettura dell’articolo di Donatella Borghesi. Nel commentare il saggio del sociologo Manolo Farci, l’autrice prosegue:

“E per farlo si aggrappano al gruppo dei pari, cercando nella complicità maschile la sicurezza che il singolo non può assicurare. è cosi che la socialità maschile si trasforma da risorsa a prigione, alzando confini sempre più netti tra il mondo degli uomini e quello delle donne. Nessuno può dirsi realmente al sicuro. Pierre Bourdieu la definisce l’illusione virile: lo sforzo incessante di essere all’altezza di un modello maschile idealizzato e la sofferenza che nasce dal sentirsi manchevoli nel raggiungerlo”.

Questo passaggio mette in luce un paradosso clinico e sociale fondamentale. Che cosa succede quando un giovane uomo si sente “perso e spaesato”? Spesso cerca rifugio dove pensa di poter essere compreso: nel gruppo dei pari. Ma come ci ricorda acutamente Bourdieu citato nel testo, quel rifugio si trasforma in una gabbia relazionale, perché non viene accolta la fragilità del singolo. Si rivela un rifugio che esige una continua messinscena della forza. Se non c’è spazio per la fragilità maschile in famiglia e nemmeno nel gruppo dei pari, un ragazzo può concludere che non ce ne sia proprio. 

Come mi ha detto un giovane uomo in terapia: “Chi mi conosce veramente? Essendo maschio, bianco e etero, non posso avere problemi veri. Eppure li ho, eccome.”

È il dramma di dover recitare una parte – quella dell’uomo forte, sicuro – mentre dentro si avverte il vuoto. Esiste uno scarto doloroso tra ciò che un ragazzo sente di essere (fragile, bisognoso) e il modello idealizzato che pensa di dover esibire per non essere escluso. Il dolore sta nel dover rinunciare ad una parte di sé, tra l’altro fondamentale per promuovere relazioni forti e sane, di reciproco sostegno. 

Se nego la tua fragilità, ti sto dicendo anche: arrangiati, quelle parti non le voglio conoscere, su quello sei solo.

Proseguendo nella lettura incontriamo un vero scontro dei nostri giorni:

“La mascolinità, di fatto, è uno dei campi di battaglia simbolici delle guerre culturali contemporanee, sostiene Farci. “Mentre le destre cavalcano il malessere maschile per rilanciare immagini regressive e rassicuranti di una virilità d’altri tempi, dall’altra parte se ne parla con un linguaggio che riduce tutto a colpa o a privilegio, senza riuscire a offrire alternative credibili e coinvolgenti.”

L’analisi di Farci è lucida nel descrivere la polarizzazione attuale, ma rischia di commettere a sua volta un errore di parzialità. Non sono infatti solo i movimenti di destra a cavalcare o utilizzare strumentalmente il malessere maschile. Se allarghiamo lo sguardo in ottica sistemica, ci accorgiamo che questo disagio profondo viene preso in ostaggio e manipolato da quasi tutti i gruppi umani, politici e religiosi, compresi molti movimenti femminili e femministi.

Ogni fazione usa il malessere dei ragazzi come una “prova” per confermare la propria tesi precostituita. Semplificando:

  • Per alcuni, il disagio dei giovani è il segno che bisogna tornare indietro, restaurando i vecchi ruoli patriarcali e una presunta e rassicurante “vera virilità” perduta.
  • Per altri, quello stesso disagio non è altro che la resistenza rabbiosa di chi non vuole rinunciare ai propri storici privilegi, riducendo l’intera interiorità maschile a una colpa da espiare.

Eppure il primo Comune con cui ho iniziato a collaborare sull’argomento delle emozioni maschili represse è un comune di destra centro, dove mi sono recato già due volte e che vuole continuare ad approfondire l’argomento portandolo nelle scuole.

Dov’è la guerra culturale qui? Per fortuna non l’ho incontrata, ma esiste eccome. 

Così come l’importante responsabile di un’associazione per i diritti delle donne mi ha confessato: “Ci sono alcuni colleghi maschi nella nostra organizzazione che si rivelano maschilisti tanto quanto alcuni di destra che loro stessi criticano. Ma non possiamo nemmeno dirlo!”

Il risultato di questa dinamica da tifoserie opposte sulla pelle dei ragazzi è drammatico. Da un lato si offre l’illusione di un passato mitico che non esiste più; dall’altro si risponde con un moralismo giudicante che genera solo chiusura e risentimento. In mezzo restano i ragazzi in carne e ossa, bloccati in un “doppio legame”: se esprimono il loro spaesamento vengono accusati di vittimismo o fragilità; se si rifugiano nei vecchi stereotipi vengono marchiati come tossici.

Finché la mascolinità verrà trattata come un bottino politico o un campo di battaglia simbolico, non faremo un solo passo avanti verso la comprensione psicologica di questa sofferenza. Schierarsi non serve a curare. 

Invece va offerto ai ragazzi uno spazio neutrale e scientifico, in cui non debbano né difendersi né chiedere scusa per il solo fatto di esistere, ma in cui possano finalmente iniziare a dare un nome a ciò che provano.