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Lezioni dal Corona virus

Lezioni dal Corona virus

Diario / 28.02.2020

L’arrivo del virus, così repentino anche in Italia, offre l’occasione di analizzare i cambiamenti che impone a tante piccole abitudini della nostra vita, quotidiana o meno. E, come un velo strappato, rivela alcuni ingredienti della nostra civiltà che è utile avere a mente. La civiltà è un sistema ipercomplesso, fatto da tantissime parti che si relazionano tra loro, garantendo un equilibrio globale. Ogni minaccia a questo equilibrio richiede la messa in campo di tutte le energie possibili.

Se osserviamo con curiosità gli eventi che si stanno susseguendo, possiamo comprendere le tante lezioni che il virus ci sta offrendo. In questi giorni in cui non ho interrotto il mio lavoro a Milano e in provincia, ho verificato i cambiamenti, arrivati improvvisi. Visti da vicino non sono poi così male, anzi. Vediamone alcuni.

  1. Siamo più connessi di quanto pensiamo. Il contatto da 2 metri di vicinanza con un portatore di Corona virus è come il tocco del gioco ce l’hai. Senza saperlo riceviamo e diamo questi tocchi a persone che poi contattano altre persone. Questa gigantesca rete è l’umanità intera, che si sposta, si incontra, si abbraccia e saluta. Vista la poca mortalità del virus, per fortuna, si può anche guardare lo sviluppo dei focolai come una visualizzazione degli scambi tra persone che attraversano il globo. E visti gli intensi scambi tra Cina e Africa, aspetto compaiano anche quei flussi.
  2. Abbiamo bisogno degli altri. Le città vuote comunicano in modo chiaro quanto la bellezza dell’architettura sia poca cosa senza gli occhi di chi la può ammirare. La tristezza evocata da quegli scenari è palpabile e ci aiuta a capire il valore della socialità, della presenza umana.
  3. Produrre e lavorare sono una caratteristica talmente scontata che abbiamo bisogno del silenzio, dei ristoranti vuoti, delle palestre chiuse, delle piazze deserte, dei treni e aerei fermi, delle scuole e università in pausa, delle aziende silenziose, per capire quanto l’umanità sia in azione costantemente.
  4. Il valore della pausa, della riflessione e del ritiro. Tante persone che non si sarebbero scelte una pausa di riflessione lo stanno facendo, loro malgrado. Il muratore che tira su un muro non può continuare a farlo senza una pausa ogni tanto. Per riposarsi e rendere meglio dopo, per verificare se i mattoni sono in perfetta verticale. Senza le pause e la riflessione su ciò che facciamo, l’azione diventa automatica e meno intelligente. Questo virus ci sta suggerendo anche questo ingrediente.
  5. Lo smart working. Questo modo di lavorare sempre più diffuso sta vivendo un gigantesco test, anche per le aziende che non lo vedevano di buon occhio. In tanti sono costretti a lavorare da casa e l’impatto di questa forzatura sarà valutabile solo nei prossimi mesi. Un’occasione che non si poteva prevedere.
  6. Per cambiare a volte serve forzare la mano. Non sempre bisogna essere convinti di un cambiamento per metterlo in atto. A volte la strada più efficace è di farlo e valutarlo solo dopo. Anche questo ci sta suggerendo il Corona virus, con tutti i cambiamenti che siamo costretti a introdurre nella nostra vita e che mai avremmo previsto. Valuteremo poi.
  7. L’orgoglio di sfidare gli ostacoli. L’efficienza dei sanitari e il loro spirito di sacrificio, le forze dell’ordine e il loro contributo a dirigere i flussi umani e di veicoli, i politici e gli amministratori che stanno organizzando riunioni su riunioni per affrontare la situazione.
  8. La comunità scientifica è viva e palpitante. Nella vita di tutti i giorni non possiamo renderci conto di quante reti di sostegno alla civiltà abbiamo intorno. Persone che spesso lavorano nell’ombra, tra laboratori, convegni e clinica. Una di queste reti è costituita dalla sanità e dalla ricerca che porta con sé. Persone che sono pronte ad intervenire per riparare ogni crepa nel nostro benessere. Persone di tutte le nazionalità che superano barriere, ideologie, dogane e regimi di tutti i tipi (come nello sport) per competere lealmente, per cooperare quando le sfide richiedono sforzi planetari. E che sollievo sentire parlare loro del virus, rispetto alle speculazioni di tanti improvvisati esperti apocalittici.
  9. Comunicare ed essere responsabili. La Cina ha tardato a dare le corrette informazioni al resto del mondo e questo ha prodotto intempestività per alcune azioni preventive. In generale la gestione sembra essere stata migliore rispetto ai tempi della Sars, con comunicazioni meno opache, ma ancora da migliorare. Questo è il segnale che l’assunzione di responsabilità è aumentata, buon segno. Non è facile, ma fronteggiare un problema socializzandolo, chiedendo collaborazione e aiuto è molto più efficace che nasconderlo e buttare il petto in fuori a chi vuole sapere di più.
  10. Per chi è di Milano, sale l’orgoglio di appartenere e di guidare il resto del paese. Stanno aumentando sui social video e commenti che invitano i milanesi e Milano a uscire rafforzata da questa singolare situazione. A non mollare, a tirare fuori le sue migliori risorse per aiutarsi e aiutare il Paese.
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Teleologia, complottismo e fideismo

Teleologia, complottismo e fideismo

Diario / 10.08.2019

Su Le Scienze di dicembre 2018 si legge uno stimolante articolo di Telmo Pievani, filosofo della scienza dell’Università di Padova (https://pikaia.eu/author/pievani/). In quelle righe offre lo spunto per alcune considerazioni sulla tendenza di tante persone che navigano sul web a creare o diffondere notizie false, senza alcun desiderio di approfondire. Pievani analizza due caratteristiche che fanno da fondamento a questa tendenza. Parla della teleologia, la tendenza ad attribuire intenzione e finalità a qualunque fenomeno, naturale o meno che sia. Un esempio è l’attribuzione a forze sovrannaturali per lo scatenamento di un fulmine. Questa modalità di pensiero si radica profondamente nella nostra speranza che tutto abbia un senso, una ragione. La paranoia, o la tendenza a vedere intenzioni malevole negli altri, è associata ad una necessità evolutiva: quella di difenderci dai predatori. Il pregiudizio della sfiducia in natura serviva a non correre troppi rischi: meglio sbagliarsi pensando a cattive intenzioni che fidarci cadendo nelle fauci di un predatore o di un nostro simile malintenzionato. Questo modo di pensare è molto radicato dentro tutti noi. Dovremmo però riconsiderarlo quando viviamo in società molto meno pericolose rispetto al nostro ambiente naturale primitivo.

Il ruolo della fede

Alle argomentazioni già convincenti di Peviani aggiungo la fede, come terzo ingrediente di un pensiero bloccato e rigido. La fede intesa in modo estensivo, non per forza religioso. Se ho fede in una squadra di calcio e un calciatore di questa commette fallo, in barba ad ogni onestà intellettuale sosterrò la sua innocenza. Se ho fede in un’arma delle forze dell’ordine, sosterrò che tutti i suoi membri sono onesti per natura. La fede è nemica del ragionamento, del confronto, dello spirito critico. Chi ha fede non possiede i necessari anticorpi per districarsi nella complessità della vita. Una ricerca molto curiosa evidenzia una stretta associazione cognitiva tra il creazionismo (l’idea che l’universo sia stato creato) e le manie cospirazioniste. Alla base di entrambe sembra che ci sia proprio la teleologia: tutto deve avere un senso e un’intenzione. Non si è trovata una cura per il cancro? Sarà colpa dell’industria farmaceutica. L’economia va male? Sarà colpa dei banchieri esteri.

La formula popolare, e quindi vincente, è la seguente: prendi una notizia falsa, ammantala di teleologia e cospirazioni e farà il giro del web.

Bloccare il pensiero

La modalità cognitiva basata sul misto di paranoia, teleologia e fede è quanto di più assurdo si possa incontrare. Se avete mai discusso con una persona così ve ne siete accorti: sembra impermeabile a qualunque ragionamento, non accoglie alcuna considerazione e vi attribuirà idee che non avete né espresso né pensato. Inoltre questo
mix crea una barriera intellettiva nei confronti di qualunque responsabilità personale che potrei invece avere io, erodendo anche il mio potere: ho storie d’amore negative? Non posso farci niente, sarà colpa degli uomini/donne. I miei colleghi non collaborano con me? Non sono io, saranno tutti d’accordo con il capo per fare mobbing.

 

Il ruolo della flessibilità del pensiero

Occupandomi da tanti anni di cambiamento (in psicoterapia e coaching) mi sono trovato spesso di fronte a persone con queste caratteristiche. In un mondo che corre velocemente, che richiede collaborazione, flessibilità, inventiva, questa esplosiva ricetta può fare del male innanzitutto a chi la possiede. La soluzione è non fermarsi alle nostre convinzioni, ma metterle alla prova. Anche gli astronauti ce lo insegnano https://coachingsistemicoitalia.it/1708-2/

 

Impariamo da Popper

Come Popper faceva notare tanti anni fa, per una società libera ci vuole un pensiero libero, e questo è un servizio che va ben al di là di migliorare le performance di una persona o di un team. È un servizio civile ed etico alla società intera.

Nella vostra azienda potreste scoprire che esistono sacche di questo pensiero imbrigliato. Liberarvene aumenterebbe le risorse per tutti.

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Autarchia: chi fa da sè fa davvero per tre? 1

Autarchia: chi fa da sè fa davvero per tre?

Diario / 20.11.2018

In psicologia e in politica autarchia è la modalità di comportamento che fa dell’autonomia la massima aspirazione. Il suo opposto è la dipendenza, che avviene quando le mie azioni sono decise dal suggerimento altrui. La via regia al benessere non passa per nessuna delle due alternative, ma per una mescolanza tra queste che si chiama interdipendenza. Questa descrive la possibilità di stringere relazioni anche molto profonde, che ci fanno sentire in rete, ci confortano quando serve e verso le quali possiamo offrire lo stesso sostegno. Attitudine che lascia allo stesso tempo liberi di realizzarci, di fare scelte. 

La dipendenza è decisamente impopolare, per cui non spendo tante parole. Sembra evidente che essere dipendenti è una forma di schiavitù del pensiero, con cui svendiamo le nostre scelte e ci facciamo condizionare dagli altri. 

La più profonda critica ad entrambe le tendenze estreme è la lezione che ci dà la nostra natura, quella di mammiferi sociali, che richiede una profonda relazionalità fin dall’inizio della vita. Tanto più viene alimentata, tanto più fa crescere sani e immuni. Poche carezze al giorno nei topi neonati li rende molto più forti e resistenti alle malattie da adulti.

Certo abbiamo culture, locali o globali, che vanno in direzioni opposte, ma sono aberrazioni che non tengono conto delle nostre necessità biologiche, non onorano i milioni di anni della nostra storia evolutiva. Potremmo convincerci che non abbiamo bisogno di mangiare? No, mangiare è una necessità. Eppure tante persone sono convinte che senza relazioni si può vivere, senza rapporti profondi la vita è ugualmente piacevole, senza l’aiuto nel momento del bisogno possiamo uscire vincenti. Beh, la natura non dice così. Gli autarchici, per avere ragione, dovrebbero ricablare l’intero sistema nervoso in modo da non avere bisogno come nutrimento le relazioni e la vicinanza quando serve.  

Esiste un ricco filone di studi e ricerche condotti da neuroscienziati negli ultimi 20 anni che rende sempre più chiaro quali meccanismi sofisticati si mettano in atto per le nostre danze relazionali. Sono moltissime le aree del nostro sistema nervoso costruite per cogliere i segnali degli altri, viverli, usarli, rinviarli. Anche i movimenti di chi ci circonda o le loro emozioni, sono processate dai neuroni specchio che fanno vivere dentro di noi i movimenti e le emozioni di chi ci sta di fronte. 

I sostenitori dell’autarchia sono convinti che non sia così; quello che non sanno è che la loro convinzione non è innata, ma si è costruita. La natura ci rende bisognosi di relazione. Se però ci capitano genitori freddi, scocciati dalle nostre richieste, distanti ed evitanti, impariamo presto ad abbassare le nostre richieste. Facciamo bene, in quella fase di vita: perché continuare ad essere frustrati dalle risposte negative, se possiamo chiedere di meno? L’autarchia è una strategia di riduzione del danno, non la migliore possibile.

I grandi leader sono aperti, sanno circondarsi di persone a cui chiedere e dare feedback, sanno offrire aiuto agli altri. Non solo non hanno paura di immergersi in reti relazionali, ma le promuovono. La capacità di tessere relazioni profonde, autentiche, franche è una delle fondamentali soft skill. Inoltre la capacità empatica è difettosa negli autarchici, ma è fondamentale per avere buone relazioni nella vita non solo professionale. https://www.youtube.com/watch?v=8vB_8tsQ-b4

Cosa fa invece un leader autarchico? Prende decisioni senza comunicarne le ragioni, è chiuso e non lascia capire quale direzione prende, limita le relazioni al minimo indispensabile, tiene i segreti, ha paura di condividere, non è empatico. Facile capire quale clima aziendale produca.

Un modo efficace per aiutare gli autarchici è quello di confrontarli con le persone con cui lavorano, attività molto potente; usando l’approccio  sistemico è possibile produrre questi cambiamenti, maneggiando con cura le relazioni lavorative.

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Come sentirsi più connessi al mondo

Diario / 24.04.2018

Connessioni

 

Leggendo un libro su decine di imprenditori mi ha colpito un elemento poco intuitivo nella storia del loro benessere personale: credere in qualcosa di più grande di noi.

Come mai? Essenzialmente perché ci fa sentire connessi agli altri, migliora la capacità di essere empatici anche con gli sconosciuti, di sentirsi parte di una comunità.

Desidero condividere una mia esperienza recente in questo ambito. Qualche mese fa ho scoperto la possibilità di sottopormi ad un esame del DNA. Mi avrebbe permesso di scoprire da quali aree della Terra provengono i miei geni, e quindi i miei antenati. Mi sono quindi messo in azione per scoprire come ricevere il kit (Ancestry) https://www.ancestry.it. Ero curioso, dopotutto gli esseri umani di oggi provengono da poche centinaia di “esemplari” di homo sapiens.

“L’mtDNA di tutti gli esseri umani moderni deriva da un unico aplotipo (variante) femminile che emerse in Africa in qualche momento compreso tra 290000 e 140000 anni or sono. “ 

Ian Tattersal, Il mondo prima della storia, Cortina, Milano 2009 http://www.raffaellocortina.it/scheda-libro/tattersall-ian/il-mondo-prima-della-storia-dagli-inizi-al-4000-a-c-9788860302724-1154.html

Le scoperte delle scienze umane possono essere fondamentali per sentirci vicini. A febbraio ho così spedito un campione del mio DNA e qualche giorno fa ho ricevuto i risultati, riassunti nell’immagine.

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La mappa delle origini di Alberto Penna basata sul DNA

Ho scoperto di avere antenati provenienti da aree diverse. Italia del Nord, Europa Occidentale, Scandinavia, Inghilterra, Medio Oriente, Caucaso, Penisola Iberica, Europa Orientale e Balcanica. Ho anche scoperto che nella immensa banca dati in possesso ad Ancestry ho alcune decine di parenti dal quarto all’ottavo grado. Sono cugini più o meno lontani, che hanno con me un antenato comune tra le tre e le sette generazioni fa.

Che effetti ha avuto questa scoperta nella mia vita? Fondamentalmente due.

Il primo è di conoscere le mie origini, sapere che nella storia dell’umanità decine di miei antenati hanno passato la loro vita in angoli diversi della Terra. Si è allargata la mia geografia personale.

Il secondo è che ora le mie connessioni con gli altri sono percettivamente aumentate. Nel senso che sento la connessione che prima soltanto sapevo. La mia famiglia si è improvvisamente allargata. E tra sapere e sentire il passaggio non è indifferente.

Torniamo ora all’inizio. A cosa porta avere una spiritualità, anche laica come questa? La consapevolezza di far parte di qualcosa di più grande di noi. Un’esperienza di profonda vicinanza con gli altri che migliora i nostri rapporti. Ci sono poche cose come sentire le connessioni con gli altri per stare meglio e far stare meglio chi ci circonda.

Alberto Penna

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Pensiero Positivo o Pensiero Negativo? Dilemma Aziendale?

Pensiero Positivo o Pensiero Negativo? Fare la differenza in Azienda

Diario / 19.09.2017

Se, come molti di noi, sei un navigatore del web, avrai certamente notato che sui social esiste una mole incredibile di affermazioni sul pensiero positivo, tante belle frasi, parole, pensieri che diventano a volte stucchevoli. Il pensiero positivo non è, per me, pensare semplicemente agli aspetti piacevoli dei fatti della vita. Cosa succede se, parlando dell’ambito lavorativo, la concorrenza è spietata, le dinamiche aziendali sono in stallo? La soluzione per migliorare la tua azienda risiede nel pensiero positivo?

Pensiero Positivo o Pensiero Negativo? Dilemma Aziendale?

Coaching per il Business – l’approccio sistemico in azienda

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Guardare con il grandangolo: l’approccio sistemico in azienda 1

Guardare con il grandangolo: l’approccio sistemico in azienda

Diario / 22.06.2017

L’AD di una importante azienda finanziaria ha il problema di trovarsi spesso di fronte a brillanti agenti, che però dopo qualche tempo se ne vanno, oppure presentano una percentuale di sintomatologie e di infortuni, o di malattia, che sono un costo per l’azienda. Il primo passo per la comprensione del fenomeno sarebbe il semplice chiedersi come avvenga. Porsi una importante domanda, senza pensare di conoscere già le risposte, è fondamentale. Una volta compiuto questo movimento, quale livello di osservazione potrebbe prendere in esame per comprendere il fenomeno?

Guardare da vicino alcuni di questi dipendenti potrebbe essere la strada più facile e immediata e potrebbe portarlo a scoprire che sono fragili, emotivamente instabili, o avere relazioni matrimoniali complicate e drammatiche, o avere dipendenze da sostanze (alcol o droghe). Potrebbe allora pensare di introdurre nel processo di selezione alcuni test psicologici per verificare in anticipo il profilo umano dei candidati, magari pensando con stupore: “Ma tu guarda se devo fare anche lo psicologo!”. Nonostante lo sforzo di analisi sarebbe tuttavia ancora sconosciuto il motivo di una tale sfortuna dell’azienda: ritrovarsi in pancia individui tanto problematici.

 

Guardare con il grandangolo: l’approccio sistemico in azienda 1

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Se invece allargasse lo sguardo dai singoli collaboratori alle premesse dell’azienda (spesso implicite e non consapevoli), l’AD potrebbe scoprire che viene richiesta ai dipendenti una totale dedizione all’azienda, in nome del fatturato. Il livello di richiesta potrebbe essere talmente elevato da respingere persone equilibrate, magari con famiglia e figli, o con interessi e passioni al di fuori del lavoro; queste non accetterebbero un sacrificio di tale portata. Il filtro messo in atto, non scritto per cui ancora più insidioso e invisibile, selezionerebbe persone fragili e dipendenti, capaci di tollerare livelli di annullamento di sé eccessivi. E allo stesso tempo eliminerebbe in breve ogni individuo sano ed equilibrato, che capirebbe di rischiare la salute restando a lungo in questo contesto.

Questo è spostare il focus di osservazione, elevandolo in questo caso ad un livello più alto e prospettico; dal singolo individuo al sistema e al processo che si sviluppa nel tempo. Ciò permetterebbe all’AD di rivedere coraggiosamente le premesse, per ritarare la quota di abnegazione richiesta. Questa cambierebbe i filtri selettivi per la ricerca del personale, favorendo l’ingresso di persone più solide; alla lunga il fatturato aumenterà, per un effetto virtuoso di soddisfazione aziendale, sconosciuta nella fase precedente. Si potrebbero di conseguenza ridurre il numero di malattie, intervenire sul turn over e arginare altri spiacevoli inconvenienti.

Questo secondo modo di affrontare ed analizzare la situazione è uno dei tanti aspetti dell’approccio sistemico, sviluppatosi nelle scienze sociali intorno agli anni 50. Non prendo qui in esame la teoria e nemmeno i suoi tanti principi. Sottolineo soltanto due aspetti descritti nella storia: allargare lo sguardo dal singolo individuo al sistema e analizzare il processo nel tempo.

Questo approccio è ormai da decenni utilizzato in vari ambiti e in varie discipline: per esempio in matematica e ingegneria. Un tipico utilizzo si ha in ecologia, dove le interazioni tra specie diverse, vegetali e animali, sono viste con una chiarezza in passato impossibile, e il comportamento di una singola specie viene compreso inserendolo nel contesto più ampio del suo ambiente.

Una volta acquisita, l’ottica sistemica ci si può sorprendere con il suo potenziale esplicativo. Le relazioni umane si prestano particolarmente ad essere analizzate con questo approccio, con indubbi benefici, anche molto concreti, in azienda.

Qual è l’approccio strategico più utile per la tua azienda? Contattami cliccando qui

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Il palio di Siena e il feedback dal basso 1

Il Palio di Siena e il feedback dal basso

Diario / 17.08.2016

Il feedback si sta diffondendo moltissimo, ma il feedback dal basso resta pressoché sconosciuto.

Nell’e-commerce si usa molto il primo tipo: eBay, Amazon e TripAdvisor ne fanno un meccanismo centrale per la validazione dei loro prodotti o servizi. In questo caso a giovarsi del feedback sono i clienti. La valutazione dal basso ha un potenziale molto più ampio: conoscere le conseguenze delle nostre scelte può aiutarci enormemente a sapere se vanno bene o se è opportuno fare delle modifiche.

Il palio di Siena e il feedback dal basso 1

Il piccolo aiuta il grande

 

Tornando all’e-commerce, se un produttore utilizza costruttivamente le osservazioni fatte su di lui, questo può aiutarlo a migliorarsi notevolmente. Esiste inoltre un tipo di feedback dal basso che merita attenzione per i suoi benefici effetti e che non è molto usato.

Nel coaching il feedback è uno dei processi fondamentali, perché aiuta i clienti a capire in che modo stanno perseguendo un obiettivo, per correggersi da soli. In tante aziende sono stati introdotti dei processi di valutazione, che però hanno poco a che fare con il feedback: quasi sempre riguardano la valutazione che i superiori fanno del lavoro dei dipendenti: dall’alto vero il basso. Un feedback che si rispetti deve fornire informazioni utili, chiare, costruttive e approfondite per chi lo riceve. Per intenderci, niente a che vedere con i giudizi di Master Chef tipo: “Questo piatto fa schifo”.

Una volta innescata la dinamica del feedback i suoi effetti positivi si moltiplicano, come rivela un interessante fenomeno che riguarda le contrade di Siena, tra i migliori debitori del Monte dei Paschi. Debitori da tripla A. Leggiamo insieme quanto apparso sul Corriere della Sera di pochi giorni fa. A pagina 15 si parlava della banca senese, in particolare di come, tra i tantissimi debitori insolventi, si distinguessero invece per affidabilità e fiducia le contrade del Palio, che hanno sempre restituito tutti i prestiti in modo virtuoso. Dietro a tanta affidabilità esiste proprio un utilizzo direi perfetto del feedback dal basso verso l’alto.

“Ogni contrada è regolata dalla legge elettorale forse più capace al mondo per vincolare nella trasparenza eletti ed elettori. L’assemblea dei ‘protettori’ di contrada elegge una commissione che redige una proposta di ‘seggio’ o governo e la sottopone di nuovo all’assemblea. Quest’ultima l’approva per ‘cancellature’ (gli elettori di base possono cancellare dalla lista i nomi sgraditi) e poi tutti i dirigenti sono sfiduciabili dalla base in ogni momento.”

Federico Fubini, Corriere della Sera di lunedì 8 agosto 2016, pag. 15

Cosa potrebbe guadagnarci una azienda nell’introdurlo? Il feedback dal basso fornisce informazioni per il clima aziendale, è diretto al benessere di chi lavora in azienda, nessuno escluso. E noi oggi sappiamo come le condizioni relazionali e umane interne all’azienda siano fondamentali per facilitare idee innovative, abbassare lo stress e rendere l’ambiente di lavoro stimolante e positivo.

Cosa ne direste di introdurre in azienda una valutazione dei quadri da parte degli operai, dei dirigenti da parte dei quadri e dell’amministratore delegato da parte dei dirigenti? In modo da invertire letteralmente la direzione dello sguardo nelle valutazioni: dal basso verso l’alto. Chi sta sotto nella gerarchia fornisce una valutazione costruttiva di chi sta sopra di lui.

Se pensate che questo attiverebbe dinamiche molto pericolose, regolamenti di conti, faide interne o giudizi negativi senza giustificazione, allora probabilmente ne avete più bisogno che mai, perché la vostra azienda ha un brutto clima!

Provate a fare un veloce test e chiedetevi quali problemi avreste a conoscere il feedback dal basso da chi vi circonda. Cosa temete? Cosa vi aspettate? Se avete abbastanza coraggio, provate a chiederlo a chi potrebbe essere sincero e costruttivo.

Buon ascolto!

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Come fa la Juventus a vincere tanto?

Come fa la Juventus a vincere tanto? La dinamica del successo

Diario / 04.05.2016

Un’ipotesi sistemica

Non sono un tifoso e nemmeno un esperto di calcio, però mi incuriosiscono i meccanismi vincenti. Mi intriga cercare cosa, al di là delle singole persone, influisce sul successo di una squadra. E la risposta forse è nella dinamica virtuosa che sopravvive alle persone, per quanto eccellenti.

Come fa la Juventus a vincere tanto?

 

La Juventus ha vinto 5 scudetti in 5 anni, dal 2012 al 2016. Se allarghiamo lo sguardo all’intera storia del calcio italiano ha totalizzato 32 scudetti, staccando Milan e Inter che si trovano a 18 vittorie.

Un elemento chiave di ogni squadra è l’allenatore, e se analizziamo gli ultimi 5 anni si sono succeduti due allenatori principali: Antonio Conte nel 2011 e Massimiliano Allegri dal 2014. In mezzo, a causa dello scandalo calcio scommesse, Antonio Conte è stato sostituito da Massimo Carrera e Angelo Alessio, per un totale di 4 allenatori in 6 anni, non il massimo della stabilità. Inoltre la parentesi giudiziaria poteva rappresentare un elemento critico, che non ha invece impedito alla squadra di continuare a vincere.

I giocatori non sono eterni, gli allenatori nemmeno, forse i dirigenti e i presidenti durano di più. Quali sono quindi gli elementi di successo che sopravvivono a calciatori ed allenatori? Se la Juventus vanta buoni giocatori, questo dipende dalle scelte dei vertici, così come le scelte degli allenatori. Ecco che i vertici possono essere candidati a incarnare il principale fattore di successo. Non ne so abbastanza, ma trovo intrigante seguire questa pista.

Se i meccanismi fossero scritti e seguiti da decenni (statuto, regolamento interno, prassi e rituali consolidati), troveremmo che qualcosa di estremamente immateriale (il processo, la dinamica) è determinante per il successo della squadra. E questo andrebbe al di là di qualunque persona eccellente, vertici compresi. Promuovere meccanismi eccellenti, regole virtuose, garantirebbe un sistema che genera al suo interno dinamiche di vittoria!

Un’analogia. Il nostro corpo è fatto di cellule che muoiono e rinascono in continuazione, per cui indagando un corpo sano non andrei a cercare l’eccellenza delle singole cellule, ma nel progetto complessivo. La visione sistemica allarga lo sguardo per osservare le strutture, le regole che connettono gli elementi di un insieme.

L’approccio sistemico permette quindi di comprendere e rendere fruibile la struttura del successo, non solo la sua episodica conquista.

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Sguardo sistemico per essere elastici

Come allenare l’elasticità

Diario / 20.04.2016

In cosa consiste l’elasticità? Nel rinunciare ad un metodo pur di adattarsi alle varie evenienze, oppure, come suggeriscono anche la Nasa e gli astronauti, l’elasticità si allena continuando a immaginare scenari per reinventarli alla prova dei fatti?
Chi ha la passione per i viaggi in paesi culturalmente e socialmente molto diversi dal suo, può avere sperimentato qualcosa di simile. Affrontare l’Africa, l’America del Sud o l’Asia offre il piacere di scoprirsi elastici. Un viaggio inizia quando si acquista una guida e ci si immerge in varie letture per avere una prima idea della destinazione; con Internet il processo diventa anche più facile. Si procede quindi ad acquistare i biglietti e si pianifica una serie di tappe.
Quando si arriva a destinazione si inizia a confrontare la previsione con la realtà dei fatti. Un paesino a lungo vagheggiato ci delude appena arrivati? Una destinazione si rivela irraggiungibile? Un aeroporto risulta chiuso per il maltempo? Tutti imprevisti che il viaggiatore conosce e quasi si diverte ad affrontare. I progetti possono anche essere dettagliati, ma ci si trova pronti a buttarli via per altri magari anche più allettanti. Quello che succede alla fine è che, a furia di preparare piani e a doverli scartare, si è ottenuto un allenamento all’elasticità. Alla fine l’imprevisto entra nella categoria dell’imprevisto prevedibile.

Non è cosa da poco, e ci accomuna con l’allenamento degli astronauti. Sentiamo cosa dice Chris Hadfield.

“Quando tornammo sulla Terra, tante persone ci chiedevano se tutto era andato secondo i piani. La verità è che niente era andato come progettato, ma tutto aveva funzionato per lo scopo cui ci eravamo preparati. Questa è una lezione fondamentale della spedizione STS-74 (Shuttle Atlantis): non pensare di conoscere tutto, e cerca di essere pronto a qualunque cosa.”

Una lezione significativa sull’importanza di essere elastici, non come risultato di una preparazione lasciata al caso, ma al contrario dalla costruzione e aggiustamento di scenari per impadronirsi di quello più ampio e importante: l’elasticità.

Giusto per esercitarsi, proviamo a pensare agli ultimi progetti (di lavoro, familiari o altro) che sono andati diversamente da come ci aspettavamo. Come abbiamo reagito? Che risultato abbiamo ottenuto? E quante volte il futuro inaspettato si è rivelato migliore di quello previsto? Tutte domande che ci aiutano a guardare la vita come un percorso che ci stupisce e non necessariamente gli imprevisti sono dannosi.

Tratto da An astronaut guide to life on Earth, Chris A. Hadfield1920px-STS-74_crew

Fonte foto: Wikipedia alla voce STS-74

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A cosa servono le emozioni ?

Agli imprenditori servono le emozioni ?

Diario / 30.03.2016

A cosa servono le emozioni? Perché un imprenditore dovrebbe essere interessato a conoscerle? Quale ricaduta positiva potrebbe esserci nel suo lavoro? Le emozioni negative quale utilità avranno mai?

Sono cresciuto, come tanti altri uomini, pensando che le emozioni fossero un elemento accessorio della vita, ma nel tempo ho dovuto toccare con mano la loro concretrezza.

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Fonte della foto: http://www.macrolibrarsi.it

Pensiamo per un momento al nostro corpo: dopo una martellata su un dito e un paio di accidenti forse abbiamo sperato di non dover provare il dolore. Essere anestetizzati. Questa condizione esiste, si chiama CIPA (acronimo di Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis) e vuol dire insensibilità congenita al dolore. Purtroppo i bambini che nascono con questo problema muoiono in poco tempo. Già, il dolore serve, soprattutto ad evitarlo, a starne lontani, a curarsi se lo si avverte. Essere consapevoli del dolore indirizza meglio la nostra vita.

Così avviene nel nostro mondo emotivo. Proviamo gioia, felicità, pienezza? Vuol dire che ciò che sta accadendo va bene, wow, continuiamo così. Proviamo tristezza, o paura? Fermi tutti, cerchiamo di capire da dove vengono, senza fuggire. Possiamo affrontare il problema che le produce, magari risolverlo, quasi sempre ridurlo. Guardare in faccia la paura richiede coraggio.

Pochi giorni fa un uomo che sto allenando a conoscere meglio le sue emozioni, dirigente di alto livello di una società, mi ha confidato che cogliere le emozioni lo sta aiutando a collaborare meglio, a far rendere di più i colleghi e dipendenti. Dice che la sensazione è di aprire i canali, intendendo di comunicare a più livelli. E di vedere incrementata la propria leadership.

Vuoi vedere che le emozioni sono un buon affare?

Puoi fare un piccolo esperimento: prova ad annotarti le sei emozioni di base: tristezza, paura, disgusto, rabbia, stupore e gioia. Nei prossimi giorni dedica qualche minuto della giornata a scrivere una riga per memorizzare quando le provi e in quali circostanze.  Hai delle emozioni preferite, che ti stuzzicano spesso? Ce ne sono altre che non compaiono quasi mai?

Se ti renderai conto meglio di come le emozioni si muovono dentro di te, avrai guadagnato una passo avanti nella consapevolezza di te stesso. E imparerai a gestire meglio proprio questi validi alleati della salute.

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